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I Perchè di questo blog

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Questa domanda imbarazzante ed inaudita lascia perplesso l’uomo moderno, stupito, forse un po’scandalizzato, magari anche indifferente, ma con quel ronzio nelle orecchie, quel fastidio, quel non so che di inespresso pietrificato in gola… Contro di essa si levano i totem del mondo: quello ateo, per il quale non c’è Dio, ma solo muta coltre di materia detta reale; quello sofista, che magari «sì, può darsi, dipende, se la si intende proprio in modo letterale è difficile, però…»; quello nichilista, per il quale l’uomo nasce solo per essere consumato dall’attrito contrario e tagliente dei giorni; quello borghese, il quale non ha tempo per queste domande, perché ha da fare cose serie; quello cattolico che certe cose ormai le ha capite da tempo, che «certo che ci crede, si capisce, è ovvio»; quello sentimentale che «il fatto che Dio si sia fatto uomo è una cosa bellissima!»; quello degli architetti del mondo nuovo, maoista, sovietico, e perfino cristiano, per i quali Dio è un nemico, uno strumento di oppressione, o, cosa infinitamente più triste, il pretesto per costruire la propria Babele, la propria nuova morta ideologia. Che pena, che vergogna, che tristezza infinita… eppure, leggendo questo elenco, a noi che pensavamo di essere diversi, iniziano già a scendere le gocce di sudore sulla schiena, inizia già a farsi strada una crepa inquietante nella tranquillità dei nostri giorni; se abbiamo il coraggio di guardare negli abissi del cuore, spalancati all’improvviso dall’inattesa ed inaudita domanda, sorprendiamo con scandalo e con orrore, che come in una danza di caleidoscopio, l’ateo, il nichilista, il sofista, il sentimentale, il borghese, il maoista, il sovietico, l’utopista cattolico, l’indifferente e tutti gli altri non citati si alternano, si scambiano di ruolo, battono incessantemente il loro tamburo e pronunciano la loro condanna: «questo sei tu, sei tu!».
Probabilmente cercheremo di non pensarci più, «ma che scemenza!» diremo, e l’ateo tornerà ad “ateizzare”, il sofista a “sofistizzare”, il nichilista a scoprire il nuovo niente quotidiano, l’utopista a sognare e costruire mondi nuovi e futuri. Tutti impegnati a dimenticare, senza poter tuttavia più dimenticare fino in fondo, senza poter scacciare dalla testa quella domanda, La domanda. Seppellire si può, congelarla, coprirla di rumore, di pensieri, di teorie, cercare di sbiadirla, di sgualcirla: ma evitarla per sempre non si può più, distruggerla non si può più. Perché, amici miei, il gioco potrà valere un giorno, un mese, oppure anni, ma come potremo evitare, nelle nostre lunghe oscure notti, che in una di queste, in punta di piedi come un clandestino, si riaffacci il pensiero «ma è possibile, è veramente (veramente sul serio!) possibile che un essere eterno più del tempo e dello spazio sia diventato un uomo, che sia qui, con me adesso, e che mi ami? Che sarebbe bello, anche se ovviamente non è possibile, se veramente, (ma riuscite a capire la parola veramente!) il figlio del Dio vivente aprisse questa porta e…». Seppellirla si deve, perché è un sogno, una favola, un’illusione…

Questa introduzione, secondo noi che scriveremo su questo blog, nasce dall’esigenza di riscoprire il “senso comune” per leggere gli eventi che accadono in questi tempi.
Tutti gli articoli avranno come punto di partenza l’ironico tentativo di non soffocare la domanda di completezza dell’uomo.
Sia che si parli di politica, di musica, di cinema o di sport.
Per noi partire dal “senso comune” significa partire dai valori condivisi da tutti gli uomini: verità, giustizia e bellezza, lasciando da parte lo scetticismo strisciante che sembra pervadere qualsiasi punto di vista e che offre, ultimamente, come risposta ai problemi dell’uomo solo una semplice alzata di spalle.
Quindi non ci piacciono le soluzioni semplici applicate a grossi problemi, per esempio non ci basta che la risposta alle difficoltà dell’uomo possa venire da uno stato e dalle sue istituzioni, che la storia ci ha insegnato non potranno mai essere perfette.

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